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... I MIGLIORI [ipeggiori]:

[syl, dissident, bleeding]
Milano, Teatro Smeraldo | 1 ottobre 2009
...We'll see how brave you are. We'll see how fast you'll be running, You...



Diciamocelo. Non ho mai creduto nella “gelato-terapia”.
Non sono una di quelle che si piazzano sul divano - che poi non ho – e riversano su una vaschetta extra-size al “savor de ciuculatt” le pene accumulate nell’intera giornata.
Preferisco indossare una vecchia tuta a buchi e percorrere, avvolta dall’acido sudore, l’asfalto caliente dell’isolato. O sdraiarmi su Pogo, piuttosto. Il vermiglio peluche fallico che fa’ le veci di un divano pop-peninsulare privo di assoluto comfort e contemplare il balcone della sciura di fronte, in compagnia, superfluo dirlo, di note conosciute e riff sempreverdi.
Oggi nel dettaglio, vista la giornata apocalittica, la mia scelta è caduta su Pantera, Neurosis, Oceansize, Afghan Whigs, Beatles ed un insolito Vincent Gallo [ il finale arci-soft è sempre d’obbligo]. Un pout pourri di tamarrate d’oltreoceano, bolle di sapone e atmosfere hippy da Diamanti nel Cielo.
Perché il lunedi, come dicono qui, l’è una bruta bestia. Oggi, nella fattispecie, un mostro di Mordor.
Mi sveglio all’alba delle 8:30, pregustando una doccia mordi e fuggi che ricorda vagamente un mohito: menta, lime e aromi illegali sulfurei. Mi vesto con la rapidità di un bradipo in letargo, acchiappo borsa e occhiali da sole salva-faccia e sorvolo le scale per raggiungere il cortile e ricongiungermi a Lei: l’azzurra bici che tutto può. Anche volatilizzarsi nel nulla.
Nonno Arialdo, il quasi-centenario ometto del terzo piano che mi ha ufficiosamente adottata come nipote e Lolita sforna tiramisù, ridacchia appollaiato sul davanzale strizzando ripetutamente l’occhio sinistro: “Uè! La bici ‘ndua l’è??! Ti, la ghe no da ier sera! Te ghe let il bigliett del tram?..ahahahaah!!!”
[traduzione: uè, la bici dov’è??! Non c’è da ieri sera! Lo hai un biglietto del tram?? Risata mostruosa.]
Colta da malore istantaneo, non posso evitare di pensare alle parole di Didier Tronchet -autore di quel capolavoro che è "Piccolo Trattato di Ciclosofia"- che giusto IL GIORNO PRIMA leggevo con la leggerezza di chi, certe cose, se le aspetta sì, ma “più in là”. Quel “prima o poi” che sembra sempre più un “poi” che un “prima”.
“…al momento della scoperta del misfatto, lo stesso stupore per il posto vuoto, dove si trovava la volatilizzata cavalcatura. Proprio nel posto del lucchetto spezzato in due. Per una lunga frazione di secondo, la mente non può accontentarsi di una realtà incompleta, senza riuscire ancora a identificare la ragione del malessere; nostalgia di una completezza di cui tarda a ricostruire quel che fu.
La pupilla percorre lo spazio vuoto (svuotato) alla ricerca dell’ancora indicibile, i cui contorni si vanno precisando, con la sensazione di una violenta effrazione nella dolcezza del giorno. La sagoma amica che ci manca si profila ora nel nostro campo di coscienza in filigrana evanescente, poi in linee tangibili di curve e ruote…qui i due pedali, lì un manubrio, ma è la mia bicicletta! Prima di svanire questa volta per sempre, lasciandosi dietro una nuvoletta […]. Cosi procede lo spirito umano, concepito per occultare gli eventi emotivamente troppo brutali e distillarli in frammenti sopportabili, finchè la loro realtà è accettata dalle ultime particelle della coscienza…”
Ecco. La mia reazione è stata decisamente più “pane e salame” e meno aulica nei toni. Ma il succo rimane il medesimo. Quello acido di una fetta biscottata che tenta la risalita verso la luce e sta per farcela.
Sono ufficialmente una NON bici-munita: non cavalcherò più le strade boriose di questa Milano da Colpo Gobbo vanziniano. Almeno per i giorni prossimi.
Assassini d’anima, ladri di sogni a due ruote! La bici era un regalo di mio padre, un dono che per la sottoscritta ha sempre avuto un unico significato: il pugno dolce contro l’arroganza di una città aficionada al binomio frizione – acceleratore.
Ma che importa. La legge del Karma farà il suo corso.
Il mio, pero’.
Dopo la perdita della vettura celeste ad impatto zero, la “legge” di cui sopra prosegue indisturbata nel suo disegno odierno: farmi venire un’ulcera in pompa magna.
L’arrivo in ufficio non è dei migliori. Sono sudata per la camminata, vistosamente arruffata e intimamente incazzata, tanto da vomitare addosso - metaforicamente parlando - al primo malcapitato la fetta biscottata divorata due ore or sono. Ovviamente con la finezza che mi contraddistingue sempre. Sapete chi sono, ormai.
Al secondo caffè tracannato durante il secondo minuto di presenza in ufficio, apro le email e leggo alacremente le ultime volontà del mio coinquilino attuale, novizio di poche, ma succose parole. A fine mese lascia la stanza per suggellare il suo amore con l’infante compagna. (mi si perdoni il tono, le mie impressioni per la fanciulla sono totalmente innocenti. Decisamente meno, lo sono i miei intenti verso il fugaiolo].
Senza riuscire a metabolizzare nel modo a me più consono la novella - sparando cioè una serie di enormi cazzate e sproloqui da the day after tomorrow - mi mangio di fila tre merendine dal sottotitolo francese “Tartine sar cazzo al cuor di burro e lamponi”. Un trionfo di trigliceridi e promesse di trombosi istantaee.
Al pronto soccorso mi darebbero il bollino rosso. O quello nero di decesso.
Nei minuti successivi accadono cose da soap-opera: il capo mi porta un mazzo di rose rosse da libro Cuore, il collega paonazzo esce dalla stanza sbattendo la porta perché “non esiste che ti regali i fiori, sono geloso quelli te li posso regalare solo iiiio”, due piccioni schifosi tubano sul davanzale della finestra. Ah. E mia sorella mi aggiorna sui suoi rosei misfatti “oh dai! domani sera esco col batterista dei …??” Aaassìì? dico io, col tono da groupie istericamente invidiosa. Ma pensa. Il superdrummer di un noto gruppo della scena metal-meneghina esce con mi sorella. Mia sorella! Sangue del mio sangue! Svezzata per anni - ma con anonimi risultati - dalla sottoscritta a suon di dischi e riff obbligati!
No, mi dico. “Tutto questo è troppo”, come direbbe Bastian ne La Storia Infinita.
Come se non bastasse, un amico a cui tengo moltissimo non mi rivolge più la parola, il mio lavoro mi è sempre più estraneo e la crisi dei trentanni sta raggiungendo vertiginosamente picchi inviolati.
Tutto ciò quando all’orizzonte si profila un evento non di poco conto, per me: TORI in concerto in quel di London, venerdi prossimo; appuntamento che questa volta non sembra addolcire più di tanto le pillole amare che sto fagocitando agilmente come fanno i piccioni in Duomo con qualsiasi forma commestibile.
La cosa più saggia in questi casi, è inforcare la propria due-ruote e lasciare al vento tutti ‘sti sterili pensieri.
Cazzo la bici.
Me lo dedico.
Vado in ferie per una settimana. Non che il mare c'entri un granchè, per altro. No, il mare proprio no. Saro' circondata per giorni da montagne e rocce inospitali. Ma il senso è quello. La voglia di naufragare altrove.
Finalmente, mi perdo.
Chiunque tu sia!
Torino, Spazio 211 | 13 luglio 2009
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Long you both laid in the sun's yellow stare
On the edge with eyes rolled back the waves we calling him
As he teetered on the edge
The waves were calling him
He had seen it, felt its might, bent under
Washing away
He thinks of you
Everything slows
Light flashing through
The water flies
Over his head
You are me now
As you lay on my bed
The water flies
Over his head
You are me now
As you lay on my bed
This is what he'd always known
The promise of something greater beyond the water's final horizon
[The Beginning And The End ]
Torino, Reggia Venaria | 9 luglio 2009
Stasera Nick Cave coi Seeds in concerto.
Robe per cui non dormi da una settimana.
Ritorno con la mente ai live dello scorso anno, Milano e Spello. Entrambi strepitosi, entrambi irrinunciabili.
Unico neo non irrilevante, il vestito dell'Imperatore: pantaloni attillati in simil pelle di serpente e camiciola color rosa antico, righe, frizzi e lazzi. Indelebile, in effetti.
Mentre guido concitata alla volta di Torino, non posso evitare di perdermi in fantasiose ipotesi sulla veste che darà corpo alle follie dell’uomo di cui sono l’inevitabile concubina. (troppo?)
Grazie alla legge dell’Attrazione, alla magia bianca e all’insostituibile buona stella (e soprattutto all'inarrestabile Mario che nonostante le esili fattezze si trasforma in uomo cannone lanciato a mille verso le transenne] mi ritrovo per l’ennesimo super gig del Re in prima fila. In centro. Davanti a lui.
Oh, mica sarà un caso. (se fossi in te, caro Nick, rifletterei sull’insolita coincidenza...).
Mentre la reflex fra le mie mani cola sudor di petrolio, il cielo torinese regala un crepuscolo da magone istantaneo. Penso ai romanzi di Liala che non ho mai letto. O ai film di Moccia che non ho mai visto. Scorre sulla guancia la prima delle mille lacrime che versero’. No dai! cosi bruci i tempi, cara mia. C’è ancora il cambio palco. Pensa ai film di Moccia. E a Moccia. Ma com’è Moccia? Qualcuno l’ha mai visto?
Nell’istante in cui comprendo di errare per oscuri sentieri, il palco ingoia rapidamente le luci tutt'attorno sputandoci addosso gli immancabili Semi Cattivi.
Poi Lui. L’Autentico.
Completo scuro, ghigno al miele e inchiostro dalla bocca.
Nicotina come assenzio. Voce da notte per domare sudditi indisciplinati.
E nessuna traccia di baffi da sparviero attempato.
Una furente Papa won’t leave you, Henry fa da inedito taglio del nastro.
Sono galvanizzata, esagitata, insaziabile.
Strizzo ad intervalli regolari il braccio di una povera pastorella al mio fianco, omonima non proprio più di primo pelo come la sottoscritta, ennesima vittima del mal d’Inkiostro: “TI AMOOOOOOOOO”, con innumerevoli “O” al seguito, è l’unica frase che sembra ricordare stasera, dopo la meno gettonata “SPOSAMI SUBITO”.
Mi piace, la pastorella. Ha fragranze che sanno di malinconia e vecchi dischi.
Un’aficionada, finalmente. Non la matricola volitiva che all'attacco di The Mercy Seat assume le sembianze di un punto interrogativo gigante.
Rimandata a settembre, subito!
La set list proposta è di quelle per cui ringrazi i tuoi genitori d’averti creata, accudita e messa all’ingrasso: Red Right Hand, Deanna, Midnight Man, The Ship Song, Henry Lee, Tupelo, The Mercy Seat, Love Letter, There She Goes My Beautiful World, Stagger Lee.
Sullo sfondo di una reggia illuminata a giorno, il Re salta, strimpella, macina parole come infiniti chicchi di caffè spargendo aromi che sanno di buona ruggine e vini d’annata. Brinda coi suoi Cavalieri, narra storie malate.
Si dilegua dietro ad un palco che sembra assorbire la malinconia di una Luna insonne e, dopo una manciata di eternità, si riconsegna a noi. Moonland, Get Ready For Love.
Il finale non ha pari.
Re Inkiostro ci porge una rosa rossa, ci dona LUCY.
Alla mia sinistra, l’amica pastorella incredula in lacrime. Alla mia destra, la videocamera di Mario diventata un’estensione della sua mano. Mi guardo le mani, sono nere. E’ il rimmel colato senza pietà su guancie che hanno l’inevitabile sapore di una paresi momentanea. Sono felice. Molto, moltissimo.
Da domani, per tutta la settimana, centootto Lucy al giorno, come da rosario ufficiale.
L’antidoto ai pensieri peccaminosi della serata.
Saluto i compagni di viaggio, mi metto al volante ed ingurgito tramezzini sulfurei dalle spiccate note di Arbre Magique.
Il secondo pilota, dimenticandosi stranamente di rivestire il suddetto ruolo, sprofonda nel sedile a fianco e mi lascia sola ad affrontare la Torino - Milano e la sua alta velocità.
Ma in fondo, mi dico, ho ciò che conta: l'eco di Cave e compagnia bella. Nella testa e nella pancia.
Domire, è blasfemia.
Pero’. Magari un ciddì lo metto, cheèmmeglio. Scelgo The Boatman’s call, in loop. Per i centocinquanta chilometri a venire.
Una volta a casa, mi accendo una sigaretta immaginaria e fumo pensieri fin al mattino successivo.
Non riesco a prender sonno. E' l'incantesimo del Re.







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[Milano, 26 giugno 2009]
Piove ininterrottamente da ore. le luci del palco squarciano un cielo che rovescia inchiostro a rallentatore. mi stringo alla transenna bagnata. i capelli madidi formano ragnatele su occhi che promettono devozione. l’attesa è una nero guinzaglio stretto attorno a diafane gole. manca l’aria. il bianco fumo tutt’attorno ti reclama con agonìa, mentre chiudo gli occhi per vederti.
Here you are, Mr Self Destruct. per l’ultima volta.
Graffia e sputa, Uomo senz’Anima. fallo con l’eternità dei tuoi versi sporchi.
fammi sacrificio sui tuoi altari di rabbia e pensieri spezzati, bagna labbra che anelano amaro sudore e gettami nel Mare nero dai cui provieni. li’prendero’ il mio posto, nel grande Vuoto.
e nemmeno quest’Ultima volta ti canterò. perché vuoi che così sia.
Hurt.
è tua. ma nostra, nelle viscere.
La pioggia instancabile lecca lacrime che stasera non si nascondono a nessuno.
le voci soffocate dei Puri si fanno spazio in gole serrate. si facciano da parte le nuove leve dal canto facile e commosso. ti voglio solo, my sweetest Friend. in piedi. sul tuo trono di bugie.
canta e urlaci addosso. poi fallo di nuovo. ed ancora. fino a domani. il Giorno in cui il Mondo non ci sarà più.
Ti cancello.
Grazie, Trent.

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